Un po' di storia

   Le Società di Mutuo Soccorso tra artigiani ed operai costituirono un importante fenomeno sociale che prese piede nel nostro Paese soprattutto nella seconda metà del diciannovesimo secolo, favorito dalla politica di unificazione dell'Italia, un nuovo Stato che si stava affacciando nella storia europea. 

Già dai tempi più antichi uomini con comuni vedute o con comuni interessi cercarono di associarsi tra di loro per ricavarne qualche pratico beneficio e qualche personale convenienza. In proposito si ritrovano autorevoli esempi presso i Greci, per motivi politici, e presso i Romani, per motivi economici.

In tempi più recenti, dal Medioevo in poi, nasce un concetto nuovo, derivante dall'esigenza del mutuo soccorso fra gli appartenenti a varie classi di lavoratori che si mettono assieme, cioè si consociano, con lo scopo di aiutare quelli che, tra di loro, si trovino nella impossibilità di svolgere la propria attività a causa di malattia, di infortunio o di "vecchiaja". 

 

Tali Consociazioni, poi, si evolvono, finendo per interessarsi non soltanto delle strette necessità dei propri tesserati, ma interpretando una vera e propria funzione sociale, arrivando persino ad istituire borse di studio per meritevoli e sussidi per bisognosi ed indigenti. 

 

Nel 1886 (legge del 15 Aprile) in Italia viene giuridicamente riconosciuta la Società di Mutuo Soccorso, che avrà vita propria e sarà regolata da un proprio Statuto, ma condizionato dalla legge stessa. 

Successivamente le varie Corporazioni di arti e mestieri vengono meglio coordinate, ma anche controllate più da vicino dalla politica e fatte forzosamente tutte confluire nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni, la attuale Camera di Commercio. 

Ormai i tempi sono maturi e nel 1933 (legge del 23 Marzo) viene costituito l'I.N.A.I.L. (Istituto Nazionale di previdenza e di Assistenza per Infortuni sul Lavoro) che impone agli imprenditori e, più in generale, ai datori di lavoro il versamento di appositi contributi che verranno gestiti dall'Ente ed utilizzati per assistere i lavoratori privati dei propri redditi a causa di infortuni o di malattie professionali. 

Con la fine della seconda guerra mondiale, pur restando ancora in vigore vecchie leggi del Regno e del Ventennio Fascista, anno dopo anno viene migliorata la legislazione in materia assistenziale, tradotta molto bene nell'articolo 38 della nostra Costituzione che recita: “ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto di mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento ed alla assistenza sociale.” 

Di qui la fine degli obbiettivi pratici delle Società di Mutuo Soccorso che, ormai radicate nel territorio, compatibilmente con le mutate esigenze e con le proprie disponibilità, hanno saputo via via orientarsi a scopi umanitari alternativi, tali da giustificare ancora oggi la loro presenza e la loro benemerita attività, sostenuta ora esclusivamente da volontariato disinteressato e attivo. 

 

Ciò premesso, passando dal generico allo specifico, si riporta testualmente una significativa parte di un articolo del Dottor Adriano Bonini, autorevole e stimato Presidente della Società Operaia di Mutuo Soccorso di Bondeno ed attualmente Socio Onorario, articolo pubblicato sul nr. 2/95 della rivista quadrimestrale della Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura di Ferrara, in occasione della fine dei lavori di ristrutturazione della sede, di cui si mostra la nuova facciata:

 

 

facciata

 

L'istituzione delle Società Operaie – come riporta letteralmente il primo manifesto datato 1° Novembre 1865 – pensate da un Comitato Promotore di artigiani bondenesi riunitosi nel Quartiere della Guardia Nazionale, che fu la prima sede, prese la denominazione definitiva di Società Operaia di Mutuo Soccorso fra gli artigiani e gli operai del Comune di Bondeno. Questi i nomi dei sei pionieri: il muratore Gaetano Benini, il sarto Gartano Pacchioni, il falegname Giuseppe Vandelli, Orfeo Santini, Francesco Benea ed Emilio Pagnoni, artigiani non meglio definiti. 

Il tentativo di questi promotori non riuscì per eventi bellici (3° guerra di indipendenza), e per disinformazione verso gli operai. Nel 1868 lo stesso Comitato Promotore rifece il tentativo , riuscendo questa volta a rifondare la Società con un buon numero di artigiani, di operai e di qualche operatore agricolo. Subito si vide l'importanza dell'intuizione di questi artigiani: avevano capito che "le Società operaie erano un bisogno – sono sempre le parole del primo manifesto – universalmente sentito in Italia, perché i benefici derivabili dalla medesima sono reali e potenti". 

Le Società Operaie infatti hanno dimostrato di avere un ruolo importante nella storia del nostro Paese, ruolo che si è inserito nel filone del mutuo soccorso, e che nacque come fenomeno di enorme importanza alla metà dell'Ottocento. Nella sede della Società, gli artigiani, gli operai e gli imprenditori agricoli bondenesi, allineati con i colleghi di altre provincie e di altre regioni, dopo non poche battaglie, approvarono uno statuto, sulla falsariga di quello di altre Società, che si presentava come una prima reazione ad una sfida che veniva dalla crisi dei vecchi ordinamenti, e che anticipava i nuovi e radicali rivolgimenti economici e sociali. 

Le cattive condizioni di lavoro ed i bassi salari, nonchè una mancanza di occupazione sicura, provocarono le prime agitazioni contro la disoccupazione, cresceva il malcontento e, di conseguenza, la miseria. Oltre al lavoro mancavano le case, e mancava soprattutto una organizzazione associativa e assistenziale che tenesse uniti e andasse incontro agli artigiani ed agli operai facenti parte del sodalizio. 

In un ambiente simile, e desidero ricordare che anche la vita di bottega non era migliore, non vi poteva essere certamente alcuna apertura culturale; l'analfabetismo superava in quegli anni il 65% fra i giovani di leva, e sfiorava il 100% nelle zone spiccatamente rurali. Circa il 60% della popolazione moriva prima dei trent'anni e la metà di questa percentuale prima dei venti. La pellagra non era l'ultima di queste cause. Ma, quasi inavvertitamente, la popolazione comiciava a pensare; le chiacchere fra artigiani da bottega a bottega e fra operai da campo a campo non erano tutte oziose; si sentiva il bisogno di scambiare idee, di parlare di una situazione di vita che non era delle migliori. 

Cogliendo questo momento psicologico, e nell'assenza di fatto di uno Stato, ridotto, al più, ad esattore, nel 1868 nasce, come ho detto prima, la Società Operaia di Mutuo Soccorso, che rappresentava un bell'esempio "della capacità di far miracoli". 

Ai Soci di questa Società si chiedeva una piccola quota settimanale e si dava un sussidio agli impotenti al lavoro; ma con quote così irrisorie la Società poteva liberare appena dalla fame, non certo dal bisogno. 

In questi frangenti, l'ingresso nella Società di altri artigiani costituì un titolo di prestigio, che si tradusse anche in vantaggio economico. 

L'oculatezza dell'amministrazione fece sì che per meriti propri della Società si dessero sussidi, pensioni vitalizie, non solo, ma si potesse imprestare somme rilevanti e concedere mutui a tasso ridotto agli iscritti e, cosa importantissima, aprì le porte delle botteghe dei suoi soci artigiani ai giovani perché apprendessero un mestiere. 

L'evoluzione ed il progresso hanno tolto in seguito a questi benemeriti soci la prerogativa di creare nuovi bravi colleghi di lavoro. La nascita di scuole specifiche ha chiamato i giovani all'apprendimento dei vecchi e dei nuovi mestieri, con tecniche più sofisticate ma meno precise, perché la macchina non potrà mai sostituire le mani, la passione, l'estro e l'esperienza dei pochi vecchi artigiani cher ancora oggi mantengono in vita e proteggono la loro bottega.